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26 March 2026

I giovani non hanno smesso di informarsi: hanno smesso di farlo come li immaginano i media

Il report del Reuters Institute racconta come cambia il rapporto tra giovani e notizie 

Non è vero che i giovani non vogliono più informarsi. Più semplicemente, non riconoscono più come naturale il modo in cui l’informazione tradizionale continua a presentarsi. Il nuovo report del Reuters Institute, Understanding Young News Audiences at a Time of Rapid Change, mostra un cambio di ecosistema: non è sparito il bisogno di informarsi, è cambiato il modo in cui l’informazione viene incontrata, filtrata e resa significativa. Nel giro di un decennio, dal 2015 a oggi, il rapporto con le news dei giovani con un’età compresa tra i 18 e i 24 anni si è spostato dai luoghi classici dell’editoria agli spazi mobili, visivi e sociali della vita digitale. Nel 2015 il 21% dei giovani indicava i social come fonte principale di notizie; nel 2025 la quota è salita al 39%, superando anche siti e app di informazione, scesi dal 36% al 24%.

La vera frattura, quindi, non è tra giovani e attualità, ma tra giovani e accesso diretto all’informazione. Oggi solo il 14% degli under 25 dice di entrare nelle notizie andando direttamente su un sito o un’app editoriale, mentre il 40% vi arriva soprattutto dai social e il 26% dai motori di ricerca. La notizia non si presenta più come appuntamento stabile, da cercare intenzionalmente, ma come frammento che compare nel flusso: nello scroll, nei reel, nei video consigliati, nei feed dove convivono amici, intrattenimento, commento e cronaca. È una fruizione meno rituale e più incidentale, ma non per questo irrilevante. 

Dentro questo passaggio pesa moltissimo la forma. Le piattaforme che contano davvero per i più giovani sono sempre più visuali e video-centriche. Facebook, che per anni è stato il crocevia dell’informazione social, crolla dal 53% al 16% tra i 18-24enni nei Paesi analizzati longitudinalmente dal report, mentre avanzano Instagram, YouTube e TikTok. Qui l’autorevolezza si redistribuisce: non passa più solo dai brand giornalistici, ma anche dai volti, dai toni, dalla riconoscibilità delle singole personalità. Sui social e sulle reti video, i giovani dichiarano di prestare più attenzione ai creator e alle figure individuali dell’informazione che ai marchi editoriali tradizionali, con un divario di 51% contro 39%. 

Se sul piano delle modalità di accesso la distanza tra giovani e adulti è ormai evidente, sul terreno degli atteggiamenti verso le notizie il divario appare meno netto. Il report mostra infatti che, nonostante i giovani si informino oggi in modo molto diverso sia rispetto alle generazioni più anziane sia rispetto ai loro coetanei di dieci anni fa, le loro opinioni sulle news non sono radicalmente opposte a quelle degli adulti. Le differenze emergono soprattutto come sfumature di intensità: fiducia, imparzialità ed equità della copertura vengono valutate in modo broadly simile, anche se i più giovani tendono a esprimere giudizi leggermente più critici. Quanto fin qui detto non implica necessariamente che il giornalismo debba rassegnarsi alla superficialità.


Il report racconta anzi un quadro più sottile: i giovani consumano molto più audio e video degli adulti,  ascoltano più podcast e si muovono con naturalezza in ambienti informativi ibridi, ma non hanno cancellato del tutto la lettura. In molti dei Paesi presi in esame leggere resta ancora la modalità preferita per informarsi, anche se ormai convive con formati più brevi, più visivi e più adatti agli smartphone. I podcast offrono un’altra traccia utile: il 59% dei 18-24enni ascolta almeno un podcast al mese, contro il 24% degli over 54, anche se quelli strettamente informativi non attirano ancora quanto altri generi. Il punto, insomma, non è che i giovani vogliano meno contenuto: vogliono contenuti che parlino la lingua del loro ambiente mediale. 

Il problema, per i media, è che questo mutamento di forma si accompagna a una distanza più profonda. Interesse e fiducia nelle notizie risultano più bassi tra i giovani rispetto agli adulti. Solo il 35% dei 18-24enni si dice molto o estremamente interessato alle news, contro il 52% degli over 54, e il livello di fiducia è inferiore di nove punti. Ma ridurre tutto a un semplice disincanto sarebbe troppo facile. 

Una parte consistente dei giovani dice di non sentirsi davvero rappresentata dalla copertura giornalistica: il 31% ritiene che la propria fascia d’età compaia poco nelle notizie o vi compaia male. Qui il nodo non è solo il mezzo, ma la percezione che il racconto del mondo sia spesso fatto da altri, per altri.  


Anche il modo in cui il giornalismo interpreta il proprio ruolo viene rimesso in discussione. Tra i più giovani è più diffusa l’idea che, su temi come cambiamento climatico o razzismo, la neutralità assoluta non sia né possibile né desiderabile. 

E cresce pure l’evitamento delle notizie: non per pura apatia, ma perché spesso vengono percepite come troppo negative, ripetitive, lontane, o semplicemente difficili da seguire. Una quota rilevante degli under 25 le evita perché le considera poco pertinenti alla propria vita; un’altra perché ne trova complicato il linguaggio o l’impianto. Messa così, la crisi dell’attenzione assomiglia molto a una crisi di rilevanza editoriale. 


Infine c’è l’intelligenza artificiale, che nel pubblico giovane non appare più come una frontiera esterna, ma come parte dell’ambiente. Il report segnala che circa il 15% dei 18-24enni usa ogni settimana strumenti di AI per accedere alle notizie, una quota molto più alta rispetto agli adulti più anziani (over 55). E una parte non marginale di questo pubblico si dice a proprio agio con contenuti prodotti in gran parte con l’aiuto dell’AI o con la sua assistenza. Non è un via libera ingenuo, ma un segnale culturale forte: per molti giovani algoritmi, creator, piattaforme e intelligenza artificiale non sono eccezioni al sistema dell’informazione, sono già il sistema. 

La lezione finale del Reuters Institute è piuttosto secca. I giovani non sono un pubblico perduto: sono un pubblico che i media tradizionali continuano troppo spesso a cercare nei posti sbagliati, con i linguaggi sbagliati e con formati pensati per generazioni diverse. Non basta portare le notizie su TikTok o su Instagram per colmare questa distanza. Serve ripensare tono, rappresentazione, pertinenza, esperienza d’uso e fiducia. In altre parole, non è il pubblico giovane ad essersi allontanato dall’informazione: è l’informazione che, per molto tempo, ha continuato a parlare come se il mondo non fosse già cambiato. 

Per approfondire dati, tendenze e differenze generazionali analizzate in questo articolo, si rimanda al report del Reuters Institute, Understanding Young News Audiences at a Time of Rapid Change, disponibile al seguente link: https://reutersinstitute.politics.ox.ac.uk/understanding-young-news-audiences-time-rapid-change 

Di Emerenziana Sinagra